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Andres Serrano. Postilla critica ad Icastica 2014

Ho già parlato di Icastica ma ho tralasciato alcuni autori. Voglio perciò fare un piccolo affondo sulla presenza ad Arezzo di un’opera dell’artista newyorchese Andres Serrano.

Chi è Serrano? è un noto fotografo americano che ha sempre suscitato reazioni contrastanti per la forza delle sue proposte, sempre in grande formato, e per l’uso impertinente di media come sangue, liquido seminale, urina, latte materno. Considerato un grande innovatore, le sue opere colpiscono sia per i temi, che per il loro essere dirette quasi sfrontate ma nel contempo esteticamente belle, quasi patinate. In questo contrasto, che smuove lo spettatore nelle viscere, costretto  a sentimenti  antitetici, dall’attrazione alla repulsione, dall’ammirazione alla paura, sta la sua poetica e la sua forza. La sua arte post-concettuale cerca proprio una reazione forte, vuole scioccare il pubblico trattando temi come la morte, la povertà, i bisogni indotti dalla società dei consumi,  caricando il tema usando strumenti inusuali e sconvolgenti e usando una fotografia tipicamente pubblicitaria.

Famosissimo il suo Piss Christ: una foto di un crocifisso immerso in quella che si sostiene essere l’urina stessa dell’autore.

Andres Serrano, Piss Christ, 1987

Andres Serrano, Piss Christ, 1987

L’opera, che vinse il premio Awards in the Visual Arts del Southeastern Center for Contemporary Art,  fu danneggiata nel 2011 da un gruppo di cattolici durante un’esposizione ad Avignone. Serrano aveva voluto sintetizzare la dicotomia tra corpo e anima, tra la condizione terrena e la divinità, arrivando ad affermare che anche nelle manifestazioni più “basse” o corporali del nostro corpo si poteva trovare la divinità. Da molti l’opera venne invece vista come blasfema e offensiva e l’autore venne contestato sia da gruppi cattolici che di estrema destra. Contrariamente a quanto si può pensare Serrano nasce cattolico e si dichiara cristiano. Nelle sue opere affronta le sue personali ossessioni sulla cristianità.

Famosissima anche la serie The morgue (1991), foto di cadaveri all’obitorio. Anche qui, come in tutta la sua produzione, Serrano ricerca la bellezza. Le foto vivono quindi in un contrasto pruriginoso: sono raffigurazioni di morti, ma al tempo stesso questi corpi vengono fotografati con una bellissima luce, a rappresentare quasi dei Memento Mori, quasi dei dipinti.

 

Questa piccola premessa serve per presentare l’opera di Serrano esposta ad Icastica.

L’istallazione – che si trova all’interno della GCAC – fa parte dei così detti Holy Works, una serie di lavori che riprendono l’iconografia cristiana tradizionale riproponendola in versione moderna attraverso il mezzo fotografico. L’opera di Serrano qui esposta riprende il tema dell’ultima cena attraverso i 12 ritratti dei commensali.

Andres Serrano, Holy works, Ultima cena, Icastica 2014

Andres Serrano, Holy works, Ultima cena

Andres Serrano Holy Works, Ultima cena, particolare

Nella serie Holy Works del 2011 Serrano riprende la pittura fiamminga e le sacre rappresentazioni, l’arte sacra moderna con quel senso di forzatamente drammatico e splatter che è molto vicino alla poetica di Serrano.

Manca l’accostamento di sacro e osceno, di sesso e religione che era già stato trattato in alcune foto facenti parte della serie A history of sex, nemmeno tanto sconvolgenti se riandiamo con la memoria a certe opere di Egon Schiele o ancor più indietro nel tempo Pietro Aretino

Qui  Serrano si presenta come artista “sacro”. Riprende e reinterpreta l’arte sacra tradizionale, ripresentandola in versione fotografica.  Non c’è provocazione ma volontà di rendere “vere” le immagini dell’iconografia cristiana.  La sua passione per l’arte sacra è genuina e infatti colleziona arredi e immagini sacre del XVI e XVII secolo nella sua casa.

I ritratti sono molto puliti, affiorano tra colori vivaci ed espressioni drammatiche da una luce prettamente caravaggesca, come del resto in tutta l’opera dell’artista. La serie è sicuramente meno sconvolgente delle opere citate qui sopra, ma non va dimenticato che il lavoro di Serrano include serie bellissime come Nomads,  Klan series, America che presentano ritratti potenti sebbene meno impattanti. Il suo approccio è freddo, assolutamente non emotivo. Osserva e compone in maniera scientifica. Le sue sono ricerche più che mere provocazioni, sebbene la provocazione e il contrasto sia costantemente cercato. Non ci dimentichiamo che l’epoca in cui ha iniziato a muoversi  Serrano erano gli anni m’80 e ’90 a New York. Una componente modaiola e di provocazione era imprescindibile.

Questa serie di ritratti di uomini di varie età e di varie espressioni, incastonati in cornici nere, colpisce per la forza impressionante che emanano le immagini.  Peccato la sala in cui è esposta non permetta una visione totale dell’opera da una certa distanza.

Qualche piccolo contributo su Youtube:

 

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Jagoda Buić a Trieste

a Palazzo Revoltella fino al 6 gennaio

Per chi avesse intenzione di visitare la bella Trieste (che consiglio anche a livello culinario!), consiglio di andare a visitare la mostra di Jagoda Buić a Palazzo Revoltella, così si coglie anche la possibilità di visitare un museo interessantissimo per le opere ma soprattutto per l’allestimento di Scarpa. Bello che questa artista venga presentata a Trieste, da sempre una città frontaliera, vicina per territorio e usanze ai Balcani. Proprio quest’anno poi che la Croazia è entrata nella UE.

Jagoda Buić, ritratto

Jagoda Buić, ritratto

Questa è la prima retrospettiva in Italia di questa donna artista croata. La mostra è allestita al quinto e sesto piano di questo storico palazzo triestino. Anzi in realtà i palazzi sarebbero due…ma questa è un’altra storia.

Jagoda Buić è un’artista poliedrica che si è sempre mossa tra il teatro (è anche regista) il design e l’arte tout court. La retrospettiva di Trieste presenta tutte le fasi del suo lavoro.

sala espositiva della mostra a Palazzo Revoltella

sala espositiva della mostra a Palazzo Revoltella

Jagoda_Buic_mostra_Trieste_costumi_teatrali

Mi piace molto di quest’artista la scelta dei materiali: stoffa, carta, cartone. Materiali lasciati grezzi, stropicciati, piegati, cuciti in un lungo e paziente lavoro che poi è tradizionalmente femminile.

Negli anni ’70 Jagoda si è servita per le sue opere tessili delle abili mani di donne che all’epoca erano ancora tutte “jugoslave” e adesso sono croate, montenegrine, macedoni, le cui differenze venivano riunite a formare le tradizioni artigiane tessili e culturali di quel paese così in fermento. Opere che adesso non avrebbero più la stessa valenza essendo mutato completamente il contesto.

Jagoda Buic e tessitrici al lavoro

Jagoda Buic e tessitrici al lavoro

Le dimensioni delle opere impressionano. Non sono piccoli oggetti di tessuto ma enormi stalagmiti morbide, grandi telari a rilievo che danno un’idea di costruzione e di creazione lenta e monumentale. L’arazzo diventa con la Buić un’opera architettonica.

Jagoda_Buic_opera_tessile_rossa

La scelta dei colori è interessante: blu rosso, ecru, nero, bianco. Pochi colori pochissime le sfumature, ma denso e caldo il rapporto tra colore e materia e tra opera e spazio.

jagoda_Buic_opera_tessile_ecru

Lungo il percorso della mostra si viene come immersi nelle opere, che sfilano così calde una dietro l’altra in un continuum stilistico molto accentuato. Sono opere che definirei accoglienti, come uno scialle o un tappeto, ma mai banali, sia per dimensione che per accostamenti.

Jagoda_Buic_opera_carta_Carta_Canta_mostra_Pienza_2008

Non manca molto alla chiusura della mostra, quindi affrettatevi 🙂


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