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La pittora. Plautilla Nelli.

Poche sono le notizie sulle donne che si occuparono di arte nel passato. Certamente hanno contribuito la mancanza di fonti unita al fatto che i primi “artisti” erano dei semplici artigiani. Alle donne era precluso il lavoro nelle botteghe artigiane ed eccetto nei casi di figlie di “artista” non avevano accesso allo studio della prospettiva e dell’anatomia. Vasari ci racconta che la figlia di Paolo Uccello, Antonia, che era carmelitana, sapeva disegnare e che, alla morte, venne registrata come “pittoressa”.

L’unica altra possibilità di fare arte era data all’interno dei conventi femminili. Nei chiostri le donne avevano la possibilità di ricevere una buona educazione, studiando musica e disegno, lettere e filosofia. Molto attivi gli scriptoria femminili che sfornavano codici miniati, ad esempio il convento femminile di Chelles, la cui badessa era Gisela sorella di Carlo Magno, produsse 13 volumi di manoscritti miniati, tra cui uno firmato da amanuensi donne.

Vanno cercate in questo ambito le prime artiste, sebbene vada precisato che non tutte le religiose erano interessate alla resa estetica delle miniature.

Per parte mia non credo poi che sia intetessante attribuire il primato di donna artista. Più stimolante invece cercare di fare luce sulla storia reale, cercando di colmare alcune lacune, dando il giusto peso alle figure storiche che emergono.

Bologna e Cremona furono le due città che permisero a molte donne di potersi occupare di arte, mentre Firenze sia per l’organizzazione delle botteghe sia per la quantità di artisti presenti, non dava molto spazio alle donne. Tra le prime donne considerabili artiste viene in mente Caterina de’ Vigri (nel 1712 canonizzata santa), fondatrice e prima badessa del convento non più esistente delle clarisse del Corpus Domini di Bologna, musicista, miniaturista e pittrice. Sempre a Bologna emerse la prima scultrice europea Properzia dei Rossi di cui ho trattato in un precedente post. In Toscana invece troviamo Maria Ormani, suora dell’ordine agostiniano, miniaturista del Breviarium Calendarium ad udus Ordinis S. Agustini, conservato nella Biblioteca imperiale di Vienna,  che riporta in un cartiglio anche firma e data Ancilla Iesu Christi Maria Ormani filia scripsit MCCCCLIII. Cosa interessante è che Maria additittura si ritrasse nel cartiglio del breviario. In confronto alle miniature di Caterina de Vigri queste hanno un’attenzione alla decorazione e all’eleganza che quelle bolognesi non hanno.

In Toscana i monasteri femminili domenicani in periodo savonaroliano divennero delle vere e proprie botteghe artistiche.

Un chiaro esempio di questo è rappresentato dalla storia di Suor Plautilla Nelli (Firenze 1523-1588). Plautilla, al secolo Polissena, era figlia di Piero di Luca Nelli, agiato mercante di stoffe, dei Nelli di San Lorenzo, quelli che hanno dato il nome al famoso Canto e i natali a Bartolommea mamma di Machiavelli.

A 14 anni prese i voti nel convento di Santa Caterina da Siena in Cafaggio.  Per alcuni, come il Vasari, fu probabilmente allieva di fra Paolino da Pistoia, che aveva avuto come maestro Fra Bartolomeo presso il convento di san Marco, per altri fu una completa autodidatta. Ebbe in ogni caso la possibilità di studiare una collezione di disegni di Fra Bartolomeo che erano conservati nel convento, sebbene il suo stile non si allinea alla  bella maniera per restare legato ad una pittura più convenzionale.

Fu eletta varie volte priora del convento e dimostrò una notevole capacità imprenditoriale, riuscendo con le vendite dei suoi dipinti ad essere il maggior introito del convento. Le sue consorelle e allieve non raggiungeranno la sua fama ma si può supporre ci fosse un’organizzazione simile ad una bottega artistica. Tra queste si ricordano Prudenzia Cambi, Agata Traballesi, Maria Ruggeri, Maria Angelica Razzi.

Dal 9 marzo aprirà agli Uffizi la mostra curata da Fausta Navarro, che si inserisce nel nuovo programma del direttore Eike Schmidt di dare più spazio alle opere di artiste donne.

Quasi 20 anni fa vi era già stato un certo interesse verso la suora pittrice col convegno organizzato a Fiesole nel 1998 dalle università americane Geoegetown e Syracuse.

La mostra fiorentina nasce grazie all’interesse di Jane Fortune, fondatrice di The Advancing Women Artists Foundation (AWA), che dopo aver visto un manoscritto di Plautilla, ebbe la possibilità di osservare le sue opere, rimanendone affascinata. Data la pessima conservazione delle opere la fondazione americana si attivò per restaurarle.

Tra le sue opere pittoriche, solo poche sono conosciute: la Pentecoste di Perugia,

Plautilla Nelli, La Pentecoste, Perugia, chiesa di san Domenico

il Compianto sul Cristo morto del Convento di San Marco,

Plautilla Nelli, Compianto sul Cristo morto http://alchetron.com/Plautilla-Nelli-1060497-W

il Matrimonio mistico di santa Caterina della Collegiata di Empoli,

Plautilla Nelli, Matrimonio mistico di S. Caterina da Siena, Empoli, Collegiata

L’ultima cena proveniente dal convento di santa Caterina ed oggi nel refettorio di Santa Maria Novella, è l’unica opera firmata da Plautilla e l’unico esempio di cenacolo di mano femminile.

Plautilla Nelli, Ultima cena, olio su tela

Sono state da poco restaurate da Rossella Lari due delle tre lunette del convento di santa Caterina oggi conservate presso il Museo del cenacolo di San Salvi.

Una lunetta raffigura santa Caterina da Siena che riceve le stimmate,

Plautilla Nelli, Santa Caterina da Siena riceve le stimmate

Un’altra san Domenico che riceve la cintura dalla Vergine.

Plautilla Nelli, San Domenico riceve la cintola dalla Vergine

La terza lunetta con la Crocifissione si trova presso la Certosa del Galluzzo.

Esposto in mostra un dipinto di devozione domenicana con Santa Caterina, restaurato grazie all’AWA.

Plautilla Nelli, Santa Caterina con il giglio, olio su tela. Photo Dominigue Erabatti

Delicata la Madonna addolorata, copia di Alessandro Allori. Plautilla guardò moltissimo sia alle opere dell’Allori sia a quelle del Sogliani.

Plautilla Nelli, Madonna addolorata

Plautilla Nelli, Madonna addolorata, depositi di Palazzo Pitti

Nel Gabinetto delle stampe e dei disegni di Firenze sono conservati 9 disegni attribuiti a Plautilla. Qui di seguito 3 esemplari.

Dopo aver visto la mostra spero  di potervela raccontare…

Come postilla copio il passo tratto dalle Vite (ed. giuntina) di Vasari che parla di Plautilla:


Di queste la prima è suor Plautilla, monaca et oggi priora nel monasterio di S. Caterina da Siena in Fiorenza in sulla piazza di San Marco, la quale cominciando a poco a poco a disegnare et ad imitar coi colori quadri e pitture di maestri eccellenti, ha con tanta diligenza condotte alcune cose che ha fatto maravigliare gl’artefici. Di mano di costei sono due tavole nella chiesa del detto monasterio di S. Caterina; ma quella è molto lodata dove sono i Magi che adorano Gesù. Nel monasterio di S. Lucia di Pistoia è una tavola grande nel coro, nella quale è la Madonna col Bambino in braccio, San Tommaso, S. Agostino, S. Maria Maddalena, S. Caterina da Siena, S. Agnese, S. Caterina martire e S. Lucia; et un’altra tavola grande di mano della medesima mandò di fuori lo spedalingo di Lemo. 

Nel reffettorio del detto monasterio di S. Caterina è un Cenacolo grande, e nella sala del lavoro una tavola di mano della detta; e per le case de’ gentiluomini di Firenze tanti quadri che troppo sarei lungo a voler di tutti ragionare. Una Nunziata in un gran quadro ha la moglie del signor Mondragone spagnuolo; et un’altra simile ne ha madonna Marietta de’ Fedini. Un quadretto di Nostra Donna è in S. Giovannino di Firenze; e una predella d’altare è in S. Maria del Fiore, nella quale sono istorie della vita di S. Zanobi, molto belle. E perché questa veneranda e virtuosa suora, inanzi che lavorasse tavole et opere d’importanza, attese a far di minio, sono di sua mano molti quadretti belli affatto in mano di diversi, dei quali non accade far menzione. Ma quelle cose di mano di costei sono migliori che ella ha ricavato da altri, nelle quali mostra che arebbe fatto cose maravigliose se, come fanno gl’uomini, avesse avuto commodo di studiare et attendere al disegno e ritrarre cose vive e naturali. E che ciò sia vero, si vede manifestamente in un quadro d’una Natività di Cristo ritratto da uno che già fece il Bronzino a Filippo Salviati. Similmente il vero di ciò si dimostra in questo, che nelle sue opere i volti e fattezze delle donne, per averne veduto a suo piacimento, sono assai migliori che le teste degli uomini non sono, e più simili al vero. Ha ritratto in alcuna delle sue opere, in volti di donne, madonna Gostanza de’ Doni, stata ne’ tempi nostri essempio d’incredibile bellezza et onestà, tanto bene, che da donna in ciò, per le dette cagioni non molto pratica, non si può più oltre desiderare. 

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Jagoda Buić a Trieste

a Palazzo Revoltella fino al 6 gennaio

Per chi avesse intenzione di visitare la bella Trieste (che consiglio anche a livello culinario!), consiglio di andare a visitare la mostra di Jagoda Buić a Palazzo Revoltella, così si coglie anche la possibilità di visitare un museo interessantissimo per le opere ma soprattutto per l’allestimento di Scarpa. Bello che questa artista venga presentata a Trieste, da sempre una città frontaliera, vicina per territorio e usanze ai Balcani. Proprio quest’anno poi che la Croazia è entrata nella UE.

Jagoda Buić, ritratto

Jagoda Buić, ritratto

Questa è la prima retrospettiva in Italia di questa donna artista croata. La mostra è allestita al quinto e sesto piano di questo storico palazzo triestino. Anzi in realtà i palazzi sarebbero due…ma questa è un’altra storia.

Jagoda Buić è un’artista poliedrica che si è sempre mossa tra il teatro (è anche regista) il design e l’arte tout court. La retrospettiva di Trieste presenta tutte le fasi del suo lavoro.

sala espositiva della mostra a Palazzo Revoltella

sala espositiva della mostra a Palazzo Revoltella

Jagoda_Buic_mostra_Trieste_costumi_teatrali

Mi piace molto di quest’artista la scelta dei materiali: stoffa, carta, cartone. Materiali lasciati grezzi, stropicciati, piegati, cuciti in un lungo e paziente lavoro che poi è tradizionalmente femminile.

Negli anni ’70 Jagoda si è servita per le sue opere tessili delle abili mani di donne che all’epoca erano ancora tutte “jugoslave” e adesso sono croate, montenegrine, macedoni, le cui differenze venivano riunite a formare le tradizioni artigiane tessili e culturali di quel paese così in fermento. Opere che adesso non avrebbero più la stessa valenza essendo mutato completamente il contesto.

Jagoda Buic e tessitrici al lavoro

Jagoda Buic e tessitrici al lavoro

Le dimensioni delle opere impressionano. Non sono piccoli oggetti di tessuto ma enormi stalagmiti morbide, grandi telari a rilievo che danno un’idea di costruzione e di creazione lenta e monumentale. L’arazzo diventa con la Buić un’opera architettonica.

Jagoda_Buic_opera_tessile_rossa

La scelta dei colori è interessante: blu rosso, ecru, nero, bianco. Pochi colori pochissime le sfumature, ma denso e caldo il rapporto tra colore e materia e tra opera e spazio.

jagoda_Buic_opera_tessile_ecru

Lungo il percorso della mostra si viene come immersi nelle opere, che sfilano così calde una dietro l’altra in un continuum stilistico molto accentuato. Sono opere che definirei accoglienti, come uno scialle o un tappeto, ma mai banali, sia per dimensione che per accostamenti.

Jagoda_Buic_opera_carta_Carta_Canta_mostra_Pienza_2008

Non manca molto alla chiusura della mostra, quindi affrettatevi 🙂


Disegnando le favole. Il lavoro di Elisa Toponi.

Per la serie donne artiste, ma questa volta si tratta di una donna vivente!

Elisa Toponi è una giovane disegnatrice. Non uso il termine “artista” per specificare meglio la sua passione  e la sua manualità. Il disegno è il primo passo, la trasformazione del pensiero in segno.

Elisa Toponi, autoritratto

Elisa Toponi, autoritratto

Elisa ha partecipato a molte manifestazioni tra cui la mostra Illustratori presso la fiera del libro per ragazzi di Bologna e il Concorso Disegni al Sole a Celle Ligure.

I suoi tratti sono dolci, tenui, poetici. Il suo è un disegno semplice, solare proprio adatto alle illustrazioni per l’infanzia. Il riuscire a disegnare le favole e le storie è un talento incredibile.

Elisa Toponi

Elisa Toponi, Panda e Pondo, Disegni al sole 2009, tema “la diversità”

La natura, anzi gli animali nello specifico sono molto presenti nei suoi disegni. I segni nascono dall’osservazione attenta, analitica del soggetto. Ma non sono mai freddi e distanti, prendono vita con tenerezza.

Elisa Toponi

Elisa Toponi, la Tita, disegno, matite colorate

Cani e gatti, ma anche animali più lontani dall’immaginario quotidiani come le tartarughe la civetta e il pipistrello.

A Bologna nel 2009 presenta un lavoro sulle tartarughe, molto curato

Elisa

Elisa Toponi, Animals – Habitat, tavola per Bologna 2009

Elisa Toponi

Elisa Toponi, particolare

Elisa Toponi

Elisa Toponi, tavole per Bologna 2009

Collabora con la casa editrice Kyowon ltd di Seoul (Corea) per la quale illustra il progetto “Adventure in nature” “Animals fly in the sky” e “Plants live in mountain and field”.

Elisa Toponi

Elisa Toponi, Civetta, disegno

Elisa Toponi, OWL Adventure in nature Animals fly in the sky realizzato per Kyowon ltd - Seoul - Corea

Elisa Toponi, Owl, Adventure in nature, Animals fly in the sky, realizzato per Kyowon ltd – Seoul – Corea

Non solo il tratto ma anche la fotografia viene utilizzata nei suoi lavori. Adoro il lavoro sulla Alice Cascherina di Rodari veramente eccezionale. Con questo partecipa al primo Concorso Illustratori organizzato a Siano. Da qui nasce il progetto IllustraRodari a Scuola.

Elisa Toponi

Elisa Toponi, Alice dorme nel cassetto, tratto da Alice Cascherina di G.Rodari

Elisa Toponi

Elisa Toponi, Alice nella sveglia, tratto da Alice Cascherina di G.Rodari

Elisa Toponi

Elisa Toponi, Tavole per l’Alice Cascherina da Rodari

Fonda il collettivo EM insieme a Manuela Mancioppi, con la quale partecipa al Concorso IllustraRodari 2011.

Trovo veramente incoraggiante che in una piccola realtà si tenti di fare arte e cultura ed in modo decisamente interessante.

Le foto sono state gentilmente indicate e concesse dall’autrice.


Botteghe venete: la presenza femminile

Mi ricordo un articolo di alcuni anni fa…anzi a ben vedere sono passati 15 anni! Non saprei dire che me lo passò, perché non ho mai comprato la rivista nd. Comunque questo pezzo di carta è ricomparso all’interno di una cartellina proprio ieri sera e mi piace condividerne il contenuto. Il titolo è Le pittrici della laguna ad opera di Cristiana Ciofalo, pubblicato nella rivista nd a settembre 1997.

Il Veneto sembra essere stata una terra fertile per delle donne-artiste anche grazie al fiorire di tante botteghe artistiche soprattutto a gestione familiare. All’interno delle botteghe paterne tante ragazze poterono apprendere la pittura, lavorare e sperimentare. La loro posizione era però molto dimessa: non avevano un ruolo importante o riconosciuto. Il loro contributo era essenzialmente di manovalanza. Nessun dipinto portava le loro firme, come nella maggior parte dei casi di collaboratori. Nel caso di collaboratori maschi spesso uno con più talento si distingueva dal resto e finiva con il rendersi indipendente e fondare una propria bottega. Le donne quasi mai ebbero questa possibilità. Va valutato il fatto dal punto di vista storico-sociale certamente. Inoltre si deve pensare che la maggior parte delle artiste erano figlie, sorelle o mogli di artisti e che quindi la loro presenza in bottega, a volte molto importante, era essenzialmente un aiuto familiare. Esempi possono essere i casi di Elisabetta Lazzarini sorella di Gregorio, la cui identità è stata rivelata da poco e deve ancora essere ben studiata e di Chiara Varotari, sorella di Alessandro.

Chiara Varotari, Ritratto di donna, (Pantasilea Dotto Capodilista), 1630 CA., Museo d'arte medievale e moderna di Padova

Chiara Varotari, Ritratto di donna, (Pantasilea Dotto Capodilista), 1630 CA., Museo d’arte medievale e moderna di Padova

La possibilità più rosea per una figlia d’arte era proprio il riuscire a sposarsi con un pittore e divenire “una sorta di free lance”. Talvolta questa situazione non era ben vista se non osteggiata da parte di quei padri artisti che vedevano così sfumare un valido aiuto e che magari lo vedevano poi riutilizzato in una bottega concorrente. Questo fu il caso di Marietta Robusti, figlia illegittima di Tintoretto, detta la Tintoretta, che il padre portava sempre con sé e che non volle perdere. Richiesta come pittrice di corte sia in Spagna che in Austria, il padre Jacopo non le permise di partire e la fece sposare velocemente con un gioielliere tedesco. La bottega era una ditta di famiglia e ogni membro aveva un ruolo ma ne costituiva in quanto forza lavoro anche un capitale da non perdere.

Marietta Robusti, Autoritratto, Museo del Prado

Marietta Robusti, Autoritratto, Museo del Prado

Altra bottega di famiglia attiva a Venezia fu quella fondata da Domenico Guardi. Qui vi lavorarono i figli Antonio, Francesco e Nicolò. La figlia Cecilia andò in moglie al Tiepolo e finì quindi in un’altra famiglia di artisti.

Trattandosi di botteghe familiari la gestione era detenuta dal padre con un’organizzazione padronale molto stretta. Ciò che la bottega produceva aveva lo stesso stile, un marchio di fabbrica. Ovviamente i figli-collaboratori venivano instradati a quello stile e da questi rimanevano schiacciati, non avendo la possibilità di trovare una via personale. Il prodotto doveva essere riconoscibile e riconosciuto come di quella bottega. Uno stile unico che non permette di individuare i contributi e gli interventi.

Col passare dalla bottega paterna alla bottega del marito la pittrice cambiava lo stile, si appiattiva su nuove posizioni e stilemi. Non aveva la possibilità di riuscire a promuovere il proprio lavoro e forse non lo cercava nemmeno. Le artiste rimanevano spesso zitelle proprio per una questione di tornaconto economico delle famiglie. Si giustificava questo con la non avvenenza della ragazza, come avvenne per Giulia Leone.

Difficilmente avrebbero potuto vivere della propria professione. Giulia Lama, pittrice famosa e ricercata, allieva e collega di Piazzetta, che ebbe molte commissioni, in realtà si manteneva facendo la ricamatrice. L’ambiente artistico non era un ambiente facile, soprattutto per una donna del Seicento.

Giulia Lama, Giuditta e Oloferne

Giulia Lama, Giuditta e Oloferne, Venezia, Gallerie dell’Accademia

Da leggere: LE TELE SVELATE. ANTOLOGIA DI PITTRICI VENETE DAL CINQUECENTO AL NOVECENTO, a cura di Caterina Limentani Virdis


Domina-Dominae

seconda parte

LAVINIA FONTANA

(Bologna 1552 – Roma 1614)

Figlia del pittore Prospero Fontana, manierista bolognese collaboratore di Perin del Vaga e di Antonia de’ Bonardis, figlia a sua volta di uno dei tipografi più importanti di Bologna. Venne dal padre istruita nella pittura nella sua bottega, dove conobbe grandi artisti come i Carracci e Giambologna, eruditi e committenti. La sua formazione è di matrice raffaellesca sebbene in seguito soprattutto dopo il suo trasferimento a Roma Lavinia si accostò alla pittura michelangiolesca di Taddeo Zuccari. Ascendenze fiamminghe nei paesaggi e uno spiccato interesse aldovrandiano verso la natura si mescolano con un colore morbido e sensuale molto prossimo al Correggio. Studiò molto le opere dei pittori che trovava nelle chiese de nelle case della sua città: Pellegrino Tebaldi, Niccolò dell’Abate e Parmigianino.

Le sue prime opere sono ritratti di personaggi di tre quarti davanti a ampie scene prospettiche, seguendo l’impostazione paterna.

I suoi autoritratti seguono invece i dettami de il Cortegiano del Castiglione come già abbiamo visto in Sofonisba Anguissola: l’immagine di una donna onesta e onorata, moglie e madre, istruita alla luce del sapere umanistico, che si dedica alla pittura, alla musica e alla lettura.

Lavinia Fontana, Autoritratto nello studio, 1579

Lavinia Fontana, Autoritratto alla spinetta con la fantesca, Roma, Accademia di San Luca

Quest’ultimo autoritratto fu inviato al futuro suocero come autopromozione durante le trattative per il matrimonio. Lavinia rimase single fino a 25 anni portando avanti la professione di pittrice. Va notato che una delle condizioni poste dalla ragazza fu di poter continuare a dipingere anche da sposata, cosa che venne addirittura definita nel contratto matrimoniale. La determinazione a dipingere è ribadita pure nel dipinto, avendo posto in secondo piano ma bene visibile l’amato cavalletto. Il marito Giovan Paolo Zappi, anch’egli pittore ma poco dotato, abbandonò la sua carriera per supportare la moglie diventandone l’assistente. Così almeno a quanto ci racconta il Malvasia. Notizie sulla sua vita si ricavano anche dalle memorie manoscritte di Marcello Oretti (ms. B 104, Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Bologna).

Nonostante la professione ebbe ben 11 figli, di cui ne sopravvissero solo tre.

Divenne famosa come ritrattista, seguendo un po’ la scia dell’Anguissola e ricevette molte commissioni dalle famiglie nobili, sempre in cerca di ritratti elogiativi. Nei ritratti Lavinia cerca di sondare la psicologia dei personaggi  studiandone molto bene la fisionomia.

Lavinia Fontana, Ritratto di nobildonna con cagnolino

Lavinia Fontana, Ritratto di gentildonna con figlia, Bologna Pinacoteca Nazionale

Eseguì anche un ritratto molto particolare il Ritratto di Antonietta Gonzales che rappresenta una manifestazione del fascino dello strano e del selvaggio subito dalla società europea fino a tutto l’800. La ragazzina era la figlia di Pedro Gonzales un indigeno delle Canarie che era affetto da una forma ereditaria rarissima di ipertricosi. Venne donato come animale esotico al re di Francia, venne educato a corte, dove si sposò. Entrambi i figli ereditarono questa malattia così raccapricciante. Anche Agostino Carracci ne aveva fatto il tema di un dipinto.

Non produce solo ritratti, ma anche dipinti nei generi che erano di pertinenza esclusiva degli uomini: pale d’altare e soggetti mitologici, magari con scene di nudo.

Tra i dipinti con temi religiosi la Natività della Vergine nella Chiesa della Santissima Trinità, l’Assunta di Ponte Santo. Il suo fervore religioso era alimentato dall’idea di “artefice cristiano” espresso nel famoso Discorso del 1582 del Paleotti.

Lavinia Fontana, Sacra Famiglia, Dresda

Altre opere hanno dei soggetti mitologici tratti soprattutto dalle opere del Tasso, che le servono come espediente per indagare stati d’animo o per omaggiare alcuni committenti. Molti erano i suoi rapporti con le accademie letteraria e soprattutto con quella dei Confusi, che divulgava l’opera dello scrittore.

Lavinia Fontana, Venere e Cupido, 1592

Lavinia Fontana, Giuditta e Oloferne

Tra il 1603 e 1604 si trasferisce a Roma dove lavora le famiglie Boncompagni, Borghese e Barberini e dove avrà la protezione del papa Gregorio XIII (Ugo Boncompagni) che la nominò La Pontificia Pittrice. Nella città eterna subirà grandi critiche per la pala con Il martirio di S. Stefano per San Paolo fuori le mura (distrutta in un incendio nel 1823),   a causa delle sproporzioni delle figure, come ci racconta il Baglione ()1642. Grandi però furono le soddisfazioni professionali.

Lavinia Fontana, Ritratto di Papa Gregorio XIII

Lavinia Fontana, Minerva in atto di abbigliarsi, 1613, Galleria Borghese, Roma

La Minerva, eseguita per Scipione Borghese, è la sua ultima opera e con i suoi colori morbidi e tenui passaggi chiaroscurali costituisce dunque il suo testamento pittorico.

Colta da una crisi mistica entrò a far parte della Figliolanza della Religione dei Padri Cappuccini e si ritirò in convento insieme al marito nel 1613, un anno prima di morire. Fu seppellita nella chiesa di S. Maria sopra Minerva.


Domina-Dominae

Prima parte

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della pittura, partic.

La presenza femminile nella storia dell’arte tra ‘500 e ‘600

Questo è un articolo che vuole essere un piccolo excursus sulla presenza-assenza delle artiste. E’ tratto da una lezione che ho tenuto alcuni anni fa, ma è un argomento sempre interessante seppure un po’ bistrattato. Poche le donne artiste ricordate, poche quelle che hanno prodotto qualcosa di importante nel corso dei secoli. C’è chi ha parlato di “sterilizzazione simbolica” (F. Collin) per spiegarne il fenomeno. Fatto sta che al contrario degli anni ’70 quando gli studi erano incentrati sullo scontro maschio-femmina, dagli anni ’80 in poi si è cercato di colmare i vuoti lasciati dalle rimozioni forzate da chi ha scritto la storia e quindi anche la storia dell’arte. Lo studio delle personalità femminili è molto recente, spesso diventato uno studio di genere e chiuso nella pseudo revanche femminista. Solo a fine ‘800 si cominciano a vedere i primi tentativi di rivalutazione e di interesse per le donne artiste. Fino ad allora la donna-artista era considerata come un fenomeno strano che destava sospetto e meraviglia. Con gli anni ’70 (cito ad esempio Il complesso di Michelangelo di Simona Weller, 1976) si comincia a fare un po’ di luce sulla questione e vengono riabilitate figure dimenticate dalla storia. Non entro nel merito delle ragioni di questa rimozione dalla storia perché il problema è molto più ampio ed esula da questa trattazione.

Analizziamo un periodo specifico: il secolo a cavallo tra la seconda metà del ‘500 e  la prima del ‘600. Nella realtà dei fatti molte sono le personalità femminili che si occuparono di arti. Le cosiddette “arti maggiori” si erano appena allora liberata della relegazione tra le arti meccaniche, erano state riconosciute come attività intellettuali, lontane dal lavoro di bottega. Le donne che si occupavano d’arte erano quindi apprezzate, purché questa rimanesse un’occupazione dilettantistica e non una professione. Più frequentemente troviamo le donne occupate in lavori appartenenti alle “arti minori”: ricamo, tessitura, miniatura. Sono tutte attività che erano svolte tra le mura di casa o negli scriptoria dei conventi. La maggior parte delle artiste e delle scrittrici si sono trovate all’interno dei monasteri. Le monache, le priore e le badesse, svincolate da obblighi di maternità e famiglia, avevano la possibilità di dedicarsi alla produzione di beni artistici.

Lucrina Fetti sorella del pittore Domenico diventa suora di clausura a Mantova, ma il “mestiere” l’aveva certamente imparato in casa. Plautilla Nelli (1523-1588), figlia di Piero di Luca Nelli, entrò nel convento di Santa Caterina da Siena all’età di 14 anni e vi diverrà priora. All’interno del convento realizzò le sue opere, tra cui due tavole per la chiesa del monastero e un affresco con L’Ultima Cena. Ne parla anche Vasari nella Vita di Properzia de’ Rossi, ma il suo stile sobrio e solenne era comunque molto lontano dall’ideale figurativo del tempo. Nessuna donna aveva potuto studiare in una bottega e fare apprendistato, non potendo quindi apprendere le basi del disegno e le regole della prospettiva. Solo quelle provenienti da famiglie di artisti avevano potuto ricevere un’educazione artistica. Sono molto rari i casi di un’istruzione esterna alla famiglia. Vasari ci racconta che Antonia figlia di Paolo Uccello, suor carmelitana, che sapeva disegnare e che venne registrata alla sua morte come pittoressa. Figlie d’arte furono: la miniaturista fiamminga Lavinia Benning Teerlinc (1502 ca-1576) a servizio alla corte di Edoardo VI, Maria ed Elisabetta I che ebbe più successo di Hans Holbein il Giovane, Caterina van Hemessen (post 1528-2587), Diana Ghisi Scultori figlia di un incisore (1547-1612), Lavinia Fontana (1552-1614), Marietta Robusti (1554-1590) figlia di Tintoretto, Fede Galizia (1578-1630), Artemisia Gentileschi (1597-1652 ca), Louise Moillon (1610-1696), Elisabetta Sirani (1638-1665), Maria Sibilla Merian disegnatrice e pittrice e naturalista (1647-1717), la scultrice Luisa Ignatia Roldan (1656-1704), la pittrice Josefa Ayala de Obidos (1630-1678) Un’eccezione molto famosa è il caso del conte Anguissola di Cremona che manda le sue figlie a studiare da Bernardino Campi a metà del ‘500. La motivazione del gesto stava però nella possibilità di aumentare la dote delle figlie. La stessa motivazione portò Lucrezia Quinistelli della Mirandola ad essere un’allieva di Alessandro Allori. La veneta Irene di Spilimbergo (1541-1559) fu allieva di Tiziano e ammirò molto l’opera d Sofonisba Anguissola, sfortunatamente morì molto giovane.

Frequente la presenza di donne artiste nell’area bolognese, probabilmente seguendo la tradizione di Caterina dei Vigri (1413-1463) nobile educata alla corte di Ferrara, entrata in convento dove si distinse nella pittura e nella prosa in latino, poi canonizzata col nome di santa Caterina da Bologna. Qui emergono Properzia de’ Rossi, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani.

In Toscana l’organizzazione artistica era troppo strutturata e controllata da poter permettere l’ingresso di donne-pittrici.

Prendiamo in esame alcuni casi di artiste.

PROPERZIA DE’ ROSSI 

(1490-1530)

Non abbiamo molti documenti che la riguardano. La data di nascita si può ricavare da un “Instrumento del 1515” trovato da Michelangiolo Gualandi all’Archivio Notarile, in cui viene menzionata come donna di 25 anni. Figlia di un notaio bolognese fu l’unica scultrice della prima metà del ‘500 ricordata dalle fonti. Vasari ne scrive una Vita lodando il suo virtuosismo come la sua bellezza, così tanto celebrato da crearne un mito. Secondo le fonti del tempo Properzia aveva potuto intagliare 60 teste su un nocciolo di ciliegia, opera da identificare nell’ornamento dell’anello conservato presso il Gabinetto delle Gemme della Galleria degli Uffizi.

Properzia de’ Rossi, Spilla dalla cento teste (nocciolo di ciliegia scolpito, oro, diamanti, perle), Firenze, Museo degli argenti, Palazzo Pitti

Un altro esempio è il gioiello commissionato dalla famiglia Grassi, custodito presso il Museo civico medievale di Bologna che raffigura un’aquila a due teste in filigrana d’argento, e con 11 noccioli di pesca intagliati e incastonati a giorno che presentano da un alto la figura di un apostolo e dall’altro quella di una santa.

Properzia de’ Rossi, Stemma della famiglia Grassi in forma di gioiello (noccioli di pesco, diamanti), Bologna, Museo Civico e Medioevale

Ricevette la prima formazione da Marcantonio Raimondi, a Bologna fino al 1507. Si misurò anche con disegni e incisioni. Le sue opere più importanti sono due pannelli di marmo a rilievo con temi testamentari custoditi nella Basilica di San Petronio.

Properzia de Rossi, Giuseppe e la moglie di Putifarre, San Petronio, Bologna

Le formelle, databili tra il 1525 e 1526,  trattano entrambe del tema della castità di Giuseppe. Nella formella qui sopra a destra la tradizione vuole che l’artista rappresenti se stessa e l’uomo amato il giurista Antonio Galeazzo Malvasia. Dopotutto la mescolanza di aneddoti e vita privata fa parte della storia dell’arte, se si parla di una donna poi… additata come concubina, Properzia sicuramente rappresentò un elemento di disturbo nel panorama artistico bolognese. Fu un personaggio di una accesa sensualità, sia nella vita che in arte , come si vede dal tratteggio della moglie di Putifarre così discinta e sfrontata, tanto che ancora nel XIX secolo le fu dedicata una tragedia da Paolo Costa. Morì di peste a 39 anni.

SOFONISBA ANGUISSOLA

(Cremona 1531/32 – Palermo 1626)

Maggiore di sei sorelle tutte artiste, nata in una famiglia nobile in cui l’educazione impartita si basava sugli ideali umanistici del Rinascimento  Insieme alla sorella Elena furono inviate a studiare prima presso il pittore locale Bernardino Campi e poi da Bernardino Gatti. Elena prese i voti mentre Sofonisba ritornò in famiglia. Si specializzò nel ritratto insegnando alle sorelle i rudimenti del mestiere. all’interno dell’ambiente domestico nascono i suo i quadri più famosi, che sono soprattutto ritratti. fu influenzata non solo dai suoi maestri diretti ma anche da Raffaello, Correggio e Michelangiolo, col quale si incontrò a Roma nel 1554. Lavorò molto in Spagna come pittrice alla corte di Filippo II dove era dama la seguito della sovrana Isabella di Valois dal 1560, venendo influenzata anche dai maestri locali. Molte delle opere della pittrice furono distrutte da un incendio divampato nell’Alcazar di Madrid.

Sofonisba Anguissola, Ritratto dell’Infanta Caterina Micaela, 1591

I suoi rapporti con la regina-bambina Isabella  furono molto stretti e vennero proseguiti successivamente con le infanti Caterina Micaela e Isabella Clara Eugenia

I suoi ritratti ufficiali pur seguendo i dettami della ritrattistica aristocratica di statuarietà e immobilità, sfuggono alla banalità guizzando di vitalità e di freschezza.

Il Ritratto dell’infanta Caterina Micaela avvolta nella pelliccia (qui accanto) ha un sapore molto intimo quasi materno. Come sempre Sofonisba non dimentica Moroni e la tradizione pittorica lombarda.

Nel 1570 con la dote donata da Filippo II, si sposa col nobile siciliano di origine spagnola Fabrizio Moncada. Morto il marito dopo pochi anni, sposò il nobile genovese Orazio Lomellini. Dopo il suo ritorno in Italia sarà attiva tra Genova e Palermo. Antoni van Dick che le era succeduto come ritrattista alla corte spagnola, la andò a trovare in Sicilia pochi anni prima della morte avvenuta nel 1626.

Molto apprezzata anche dal Vasari, il suo disegno Fanciullo punto da un gambero (1555) entra a far parte della collezione di Cosimo I de’ Medici. Il disegno con il suo realismo tipicamente di marca lombarda, con quell’espressione intensa di dolore del bambino, costituirà un probabile modello per Ragazzo morso da un ramarro di Caravaggio. Il disegno è stato restaurato nel 2009.

Sofonisba Anguissola, Bambino (Asdrubale) morso da un granchio (o da un gambero), Napoli, Gallerie di Capodimonte

Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro, 1594-95, Fondazione Longhi, Firenze

Nella Partita a scacchi del 1555 (Poznan) ritrae le sorelle minori insieme alla serva mentre giocano in giardino. Il paesaggio ha reminiscenze fiamminghe. La narrazione si svolge in maniera dialogica tra rimandi di gesti e sguardi, coinvolgendo anche la pittrice stessa, l’altra sorella esterna al quadro. La scelta di raffigurare le sorelle e se stesse intente nelle arti segue la corrente culturale inaugurata da Baldassare Castiglione con il Cortegiano,in cui il modello femminile dell’aristocrazia era individuato in una donna colta e non solo l’angelo del focolare.

Sofonisba Anguissola, Partita a scacchi, 1555, Poznan

Molti gli autoritratti, in cui la componente fisiognomica è molto evidente in linea col tradizionale realismo lombardo.

Nei ritratti giovanili si nota una più forte autorappresentazione, una sorta di biglietto da visita. Nell’autoritratto di Vienna (1554) è evidente la volontà di presentarsi anche come virgo, in quanto ancora non sposata, per rimanere al sicuro da eventuali maldicenze su una donna-artista. Sua cifra stilistica i grandi occhi.

Sofonisba Anguissola, Autoritratto, 1554, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Promozionali i ritratti di Sofonisba al cavalletto o alla spinetta, entrambe le opere derivate da soggetti di Caterina van Hemessen.

Sofonisba Anguissola, Autoritratto alla spinetta, Napoli, Gallerie di Capodimonte

Caterina van Hemessen, Giovane donna al virginale (autoritratto), 1548

Va sottolineato che le sorelle Anguissola non fecero della pittura un vero e proprio mestiere non ricavandone compensi. Le loro opere erano regalate o erano custodite all’interno della loro casa. Sicuramente chi riceveva in dono un ritratto le ricompensava con gioielli , stoffe pregiate, pietre preziose e soprattutto diffondendone la fama.

Essendo un’attività di famiglia le attribuzioni delle opere costituiscono un ambito problematico. L’arte fu per la famiglia un intelligente espediente pubblicitario che insieme ad una rete di contatti fornirono prestigio al casato.

JUDITH LEYSTER

(1609-1660)

Eccezionale fu il caso di Jiudith, ottava  figlia di un fabbricante di birra e tessitore, che farà della pittura un lavoro.

Nel 1626 è già una famosa pittrice, accolta nella corporazione dei pittori di Harlem, la Gilda di San Luca, e con una sua scuola dove accoglie anche allievi maschi. Una vera e propria professionista…ma siamo nei Paesi Bassi!

Studiò con Frans de Grebber, Frans Hals e Jan Meinse Molonaer. Sposatasi con quest’ultimo prosegue la sua attività ad Amsterdam. Qui di seguito il suo autoritratto, una specie di presentazione, di curriculum, che voleva supportare la sua competenza. Molti autoritratti di pittrici al lavoro anche precedenti a questo come quelli di Sofonisba Anguissola e di Caterina van Hemessen (1548).

Judith Leyster, Autoritratto, 1630 ca.

Le sue opere normalmente di piccolo formato sono principalmente ritratti o scene di genere oltreché nature morte, seguendo il filone caravaggesco di Utrecht di ter Bruggen van Baburen e van Hontorst. Scene di taverna, serenate e concerti erano molto popolari e quindi più facilmente vendibili alla classe media.

Judith Leyster, L’allegra compagnia, 1630

Judith Leyster, Due bambini con un gatto, 1629, coll. privata

La sua opera che in vita fu apprezzata e lodata fu però dimenticata. La sua riscoperta si deve al ritrovamento della sua firma a monogramma (le sue iniziali J L e una stella a 5 punte) sotto quella falsa di Frans Hals su un dipinto acquistato dal Louvre.

Sue opere al Rijksmuseum di Amsterdam, al Mauritshuis di L’Aia, presso il Museo Frans Hals di Harlem, alla National Gallery di Washinghton e in altri musei.


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