La tragedia di Giuditta e Oloferne vista da Mantegna


Prendo spunto da un tema molto noto per presentare una selezione di opere di diversi autori con lo stesso soggetto.

Questa è la storia di una donna virtuosa, ormai vedova, Giuditta, che per salvare la sua città Betulia e  il suo popolo si macchia d’omicidio. L’ucciso è Oloferne, comandante delle truppe assire di Nabucodonosor. La storia in realtà racconta del popolo ebraico che grazie alla sua astuzia riesce a sconfiggere i babilonesi che tentavano di conquistarli. Cioè è sempre la storia del Bene contro il Male!

La storia si trova spesso descritta nei vari episodi in pittura, grazie alla potenza della trama e al fascino esercitato dalle eroine antiche. Non è un comune episodio di uccisione come tanti, ma è un omicidio truculento compiuto per giunta da una bellissima donna. Cosa che ha solleticato di sicuro la fantasia dei pittori. In senso traslato nel Rinascimento la storia assurse a simbolo della virtù civica, dell’odio e della lotta contro i tiranni. Nella città di Betulia nessun uomo si era fatto avanti con una idea o un atto coraggioso per cercare di evitare la disfatta. La storia di una donna sola, giovane sebbene già vedova, ma ancora bella che tira fuori un coraggio e una forza non comuni ha stregato molti artisti.  In  alcune pittrici si arriva a dimostrare una sorta di vendetta contro il maschio, come vedremo più avanti.

Vediamo come autori di differenti epoche hanno affrontato il tema. Iniziamo in ordine cronologico con Mantegna e proseguiremo per alcune “puntate”.

MANTEGNA

GIUDITTA E L’ANCELLA CON LA TESTA DI OLOFERNE

Andrea Mantegna, Giuditta e la fantesca con la testa di Olofere, 1495, tempera oro e argento su tavola, National Gallery of Art,  Washington,

Andrea Mantegna, Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne, 1495, tempera oro e argento su tavola, National Gallery of Art, Washington,

Tradizionalmente attribuita ad Andrea Mantegna sebbene non tutti i critici siano d’accordo.

La trattazione che ne ha fatto Mantegna è forse quella meno drammatica, meno sanguinolenta. La sua è una versione molto aderente al testo biblico. L’uccisione è già avvenuta. La fantesca sta aiutando Giuditta ad infilare nel sacco il macabro bottino. La resa delle figure, soprattutto della protagonista, è fortemente scultorea. 

Di Oloferne oltre la testa vista di nuca vediamo  un piede sul ricco letto dorato. Tutto qui. La serva anziana, abbigliata con pantaloni e veste con un vago accenno orientale, è una figura di complemento.

Giuditta è la protagonista. La donna elegantemente abbigliata con una veste bianca e un mantello di colore blu, mentre porge la testa alla serva, volge lo sguardo malinconico altrove. Non c’è patos in realtà, non c’è orrore o ribrezzo nel suo sguardo. La testa non ha peso, il sangue non colora. L’azione è come bloccata in quel preciso istante. Sembra quasi una sacra rappresentazione. La tenda rosa alle spalle delle due donne amplifica il senso scenico fungendo da sipario. C’è un ricordo pierfrancescano in questa tenda e nella chiarezza della scena (Il Sogno di Costantino, ciclo Le Storie della vera Croce, Chiesa di San Francesco, Arezzo), le cui opere aveva sicuramente conosciuto a Ferrara tra il 1449 e il 1451.

Giuditta ha ancora la spada in mano, è un’arma senza punta, una mannaia direi. La ritroviamo molto simile anche in un’altra Giuditta di Mantegna:

Andrea Mantegna, Giuditta con la testa di Oloferne, Dubllino

Andrea Mantegna, Giuditta con la testa di Oloferne, tempera su tela, 1495, National Gallery of Ireland, Dubllino

Se confrontiamo questo dipinto con quello di Washington vediamo che la scena è molto simile sebbene ribaltata. Giuditta e la serva sono fuori della tenda di Oloferne, del quale vediamo un piede sul giaciglio.

L’opera a grisaille faceva probabilmente parte di un gruppo di opere simili, che verosimilmente decorava un salone o forse gli ambienti privati di Isabella d’Este nel Palazzo Ducale di Mantova. Si può accostarlo infatti, per tecnica e per similarità di soggetto, a Sansone e Dalila alla National Gallery di Londra. Esiste un’altra versione della Giuditta e Oloferne di Mantegna a grisaille con lo stesso soggetto conservata insieme a Didone (sempre a grisaille) presso il Montreal Museum of Fine Arts in Canada.

Giuditta con la testa di Oloferne, tempera su tela di lino, 1495-1500, Museum of Fine Arts, Montreal

Andrea Mategna, Giuditta con la testa di Oloferne, tempera su tela di lino, 1495-1500, Museum of Fine Arts, Montreal

Qui le due donne sono isolate, manca l’ambientazione scenica.

Simili ma in tavola sono le raffigurazioni di Donne valorose dell’antichità: La vestale Tuccia e Sofonisba entrambe conservate alla National Gallery di Londra.

Nel Gabinetti dei disegni degli Uffizi è conservato un disegno a penna  molto più mosso nella composizione.

Andrea MAntegna, Giuitta e Oloferne, disegno, Gabinetto dei disegni degli Uffizi

Andrea Mantegna, Giuditta con la testa di Oloferne, disegno, Gabinetto dei disegni e delle stampe degli Uffizi (Penna, acquarellature marroni, biacca su carta bianca molto scurita. cm 39 x 25,8)

 Ci sono poi altre due Giuditta con la testa di Oloferne attribuite a Mantegna, le cui foto le ho prese dalla fototeca on-line della fondazione Zeri:

Andrea Mantegna, Giuditta con la testa di Oloferne, dipinto su tavola, 1490-1510(?)

Andrea Mantegna, Giuditta con la testa di Oloferne, dipinto su tavola, 1490-1510(?)

Il primo è un dipinto su tavola che era stato rintracciato nel mercato antiquario inglese nel 1986 e di cui ignoro la collocazione. Probabilmente è opera di scuola. Di questo esiste anche una pregevole incisione (bulino e puntasecca) eseguita da Girolamo Mocetto attorno al 1500-1505 e conservata presso al Galleria d’Arte Moderna di Roma.

Andrea Mantegna, Giuditta con la testa di Oloferne, carta applicata su tela, 1480-85, National Gallery of Art, Washington

Quest’ultimo disegno è stato eseguito con penna e inchiostro marrone, gessetto bianco su carta preparata di colore marroncino ed è forse anch’esso di un seguace del Mantegna.

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