Botteghe venete: la presenza femminile


Mi ricordo un articolo di alcuni anni fa…anzi a ben vedere sono passati 15 anni! Non saprei dire che me lo passò, perché non ho mai comprato la rivista nd. Comunque questo pezzo di carta è ricomparso all’interno di una cartellina proprio ieri sera e mi piace condividerne il contenuto. Il titolo è Le pittrici della laguna ad opera di Cristiana Ciofalo, pubblicato nella rivista nd a settembre 1997.

Il Veneto sembra essere stata una terra fertile per delle donne-artiste anche grazie al fiorire di tante botteghe artistiche soprattutto a gestione familiare. All’interno delle botteghe paterne tante ragazze poterono apprendere la pittura, lavorare e sperimentare. La loro posizione era però molto dimessa: non avevano un ruolo importante o riconosciuto. Il loro contributo era essenzialmente di manovalanza. Nessun dipinto portava le loro firme, come nella maggior parte dei casi di collaboratori. Nel caso di collaboratori maschi spesso uno con più talento si distingueva dal resto e finiva con il rendersi indipendente e fondare una propria bottega. Le donne quasi mai ebbero questa possibilità. Va valutato il fatto dal punto di vista storico-sociale certamente. Inoltre si deve pensare che la maggior parte delle artiste erano figlie, sorelle o mogli di artisti e che quindi la loro presenza in bottega, a volte molto importante, era essenzialmente un aiuto familiare. Esempi possono essere i casi di Elisabetta Lazzarini sorella di Gregorio, la cui identità è stata rivelata da poco e deve ancora essere ben studiata e di Chiara Varotari, sorella di Alessandro.

Chiara Varotari, Ritratto di donna, (Pantasilea Dotto Capodilista), 1630 CA., Museo d'arte medievale e moderna di Padova

Chiara Varotari, Ritratto di donna, (Pantasilea Dotto Capodilista), 1630 CA., Museo d’arte medievale e moderna di Padova

La possibilità più rosea per una figlia d’arte era proprio il riuscire a sposarsi con un pittore e divenire “una sorta di free lance”. Talvolta questa situazione non era ben vista se non osteggiata da parte di quei padri artisti che vedevano così sfumare un valido aiuto e che magari lo vedevano poi riutilizzato in una bottega concorrente. Questo fu il caso di Marietta Robusti, figlia illegittima di Tintoretto, detta la Tintoretta, che il padre portava sempre con sé e che non volle perdere. Richiesta come pittrice di corte sia in Spagna che in Austria, il padre Jacopo non le permise di partire e la fece sposare velocemente con un gioielliere tedesco. La bottega era una ditta di famiglia e ogni membro aveva un ruolo ma ne costituiva in quanto forza lavoro anche un capitale da non perdere.

Marietta Robusti, Autoritratto, Museo del Prado

Marietta Robusti, Autoritratto, Museo del Prado

Altra bottega di famiglia attiva a Venezia fu quella fondata da Domenico Guardi. Qui vi lavorarono i figli Antonio, Francesco e Nicolò. La figlia Cecilia andò in moglie al Tiepolo e finì quindi in un’altra famiglia di artisti.

Trattandosi di botteghe familiari la gestione era detenuta dal padre con un’organizzazione padronale molto stretta. Ciò che la bottega produceva aveva lo stesso stile, un marchio di fabbrica. Ovviamente i figli-collaboratori venivano instradati a quello stile e da questi rimanevano schiacciati, non avendo la possibilità di trovare una via personale. Il prodotto doveva essere riconoscibile e riconosciuto come di quella bottega. Uno stile unico che non permette di individuare i contributi e gli interventi.

Col passare dalla bottega paterna alla bottega del marito la pittrice cambiava lo stile, si appiattiva su nuove posizioni e stilemi. Non aveva la possibilità di riuscire a promuovere il proprio lavoro e forse non lo cercava nemmeno. Le artiste rimanevano spesso zitelle proprio per una questione di tornaconto economico delle famiglie. Si giustificava questo con la non avvenenza della ragazza, come avvenne per Giulia Leone.

Difficilmente avrebbero potuto vivere della propria professione. Giulia Lama, pittrice famosa e ricercata, allieva e collega di Piazzetta, che ebbe molte commissioni, in realtà si manteneva facendo la ricamatrice. L’ambiente artistico non era un ambiente facile, soprattutto per una donna del Seicento.

Giulia Lama, Giuditta e Oloferne

Giulia Lama, Giuditta e Oloferne, Venezia, Gallerie dell’Accademia

Da leggere: LE TELE SVELATE. ANTOLOGIA DI PITTRICI VENETE DAL CINQUECENTO AL NOVECENTO, a cura di Caterina Limentani Virdis

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2 responses to “Botteghe venete: la presenza femminile

  • marzia

    Queste tele offrono squarci suggestivi e interessanti delle anime che le han prodotte.
    Degno di nota il saggio della Caterina Limentani..

  • art4arte

    è interessante dare una sbirciatina nella storia, anche in quella più dimessa e dimenticata. Farsi un’idea della vita di altre persone nel passato, vedere con gli occhi ciò che artisti e artiste hanno prodotto, studiarne gli stili.

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