Burri – Assenza umana e rilevanza della Materia


N008

Cretti, Plastiche e combustioni.

Viaggio alla scoperta di Burri a Città di Castello.

Doveva fare il medico o almeno era questo quello che aveva progettato. E invece è diventato un artista, uno dei più importanti nel panorama artistico contemporaneo.

Inizia a dipingere nel campo di prigionia americano dove fu recluso dopo essere stato catturato in Tunisia.

Le sue prime opere risentono dell’arte surrealista e sono immerse in un atmosfera naifs e colorata.

Si sposterà poi su posizioni  più personali, partendo dall’analisi della materia e utilizzandola come soggetto stesso della sua arte. La sua non è un’arte simbolica, non rappresenta lacerazioni reali, non è un’arte critica. Dopo il disastro della seconda guerra mondiale si assiste a fenomeni estesi di arte bruta, di arte che, lontana dall’eredità classica del “bello”, analizza il brutto, l’anti-armonico e i materiali come punto di ri-partenza.

Alberto Burri, Sacco Nero Rosso, 1955, Fondazione Burri, Città di Castello

Alberto Burri, Sacco Nero Rosso, 1955, Fondazione Burri, Città di Castello

Alberto Burri viene spesso inserito all’interno della compagine dell’arte informale. A dire il vero la sua “materia” ha poco a che vedere con quella di Pollock, ad esempio. Difficile da definire  la sua arte è molto soggettiva e sfugge da facili classificazioni accademiche. Burri partecipa a “una situazione di crisi” per usare le parole di Argan, non ad una corrente.

Già alla fine degli anni ’40 la sua pittura si fa astratta e materica. Inizia con i Neri, i Gobbi, le Muffe e i Catrami per poi passare dal ’50 alle tele di juta, ai vecchi Sacchi lacerati e ricuciti. La materia cambia e si trasforma a ricreare nuovi universi. E’ la volta dei Legni e dei Ferri. I materiali usati sono sempre di scarto. Come in Antoni Tàpies le sue opere usano materiale che non era mai stato usato in arte, assolutamente lontano da concetti quale bello classico o arte estetica. Debitori di Burri i pop-artists a cominciare da Rauschenberg!

Alberto Burri, Sacco 5P, 1953, Fondazione Burri, Città di Castello

Alberto Burri, Sacco 5P, 1953, Fondazione Burri, Città di Castello

Nei “favolosi” anni ’60 passa alle materie plastiche, anch’esse modificate, bruciate, plasmate ad opera del fuoco. Qui in realtà Burri non si occupa più della materia e della sua trasformazione, ma del suo decadimento a mera forma.

Alberto Burri, Ferro D, 1958, Fondazione Burri, Città di Castello

Alberto Burri, Ferro D, 1958, Fondazione Burri, Città di Castello

In ultima istanza nascono i Cretti e i Cellotex degli anni ’70 ed infine i grandi quadri a monocromo degli anni’80.

Alberto Burri, Bianco Cretto, 1975, Fondazione Burri, Città di Castello

Con i Cretti Burri dismette i panni dell’assemblatore e ritorna ad utilizzare i pennelli e i colori. Usa bianco di zinco mescolato a colle viniliche e terre per realizzare delle superfici sgretolate, con crepe e solchi. Ma anche qui il colore non è utilizzato a fini estetici ma come materia. Il suo aggrumarsi e rompersi costituisce il soggetto, non il media del dipinto. La materia viene analizzata e studiata per ritrovarne la bellezza. Il cretto “scultoreo” più famoso è il Grande Cretto di Gibellina, questa volta in cemento, opera fondamentale di grande pregnanza sociale, a ricordo delle vittime del terremoto del 1968.

Alberto Burri, Nero e oro, Cellotex,Fondazione Burri, Città di Castello

Alberto Burri, Nero e oro, Cellotex, Fondazione Burri, Città di Castello

I Cellotex sono opere chiare, austere. Il materiale usato è appunto il cellotex un compensato di uso industriale, un truciolato pressato con colle viniliche. Burri lo scalfisce, lo gratta, crea dislivelli e li riempie alcuni di colori sobri altri li lascia a nudo. La materia con le sue fibre emerge, si fa largo tra le parti colorate. Il gioco dei dislivelli si ripete anche nella differente resa pittorica: il colore risulta lucido o opaco a seconda della materia che incontra.

Seppure Burri è presente nelle collezioni e nei musei di tutto il mondo, merita di fare una visita alla sua città natale, Città di Castello, dove l’artista aveva lasciato una trentina di opere. La Fondazione Burri, voluta dall’artista stesso, è divisa nelle due sedi di Palazzo Albizzini e nei locali degli ex-essiccatoi di tabacco e negli anni si è arricchita di molte opere. Entrambe le strutture hanno un certo fascino: la prima è un grande palazzo rinascimentale restaurato per accogliere le sue opere ed aperto dal 1981; l’altra, inaugurata nel 1990, è un immenso edificio industriale poco distante dal centro della città.

Cosa ci troviamo? Opere eseguite dal 1948 al 1993: Sacchi, Cretti, Combustioni, Cellotex, I Grandi Neri… In totale le opere sono più di 250.

All’interno di Palazzo Albizzini sono conservati anche disegni, bozzetti per scenografie e teatri, sculture piccole e grandi.

Alberto Burri, Rosso Plastica, 1964, Fondazione Burri, Città di Castello

Alberto Burri, Rosso Plastica, 1964, Fondazione Burri, Città di Castello

Alberto Burri, Tristano e Isotta, Bozzetto, Fondazione Burri, 1975

Alberto Burri, Tristano e Isotta, Bozzetto, Fondazione Burri, 1975

Gli ex-essiccatoi presentano nei lunghi capannoni industriali vari cicli di dipinti, tra ci il Viaggio (1578), Rosso e Nero (1984), Cellotex T (1975-1984), Non ama il nero (1988), Grandi Neri (1988-1990), Il Nero e l’oro (1992-1993). All’esterno sono presenti anche alcune sculture di grandi dimensioni.

Alberto Burri, Non ama il nero, 1988, Fondazione Burri, Città di Castello

Alberto Burri, Non ama il nero, 1988, Fondazione Burri, Città di Castello

http://www.fondazioneburri.org/index.html

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