Vasari e l’antico – seconda parte


L’architettura antica era conosciuta attraverso misurazioni e disegni, grazie ad ampie raccolte di altri maestri, alla rielaborazione dei trattatisti e soprattutto per i commenti di Vitruvio. Le citazioni che il Vasari fa vengono spesso ricordate da scrittori, artisti e storici successivi come ad esempio Bramantino, Peruzzi, Cesariano, Daniele Barbaro, Caporali, Serlio, Vignola, Palladio.

Vasari tratta del tema dell’antico anche all’interno delle Vite (prima edizione del 1550 – seconda del 1568) sia all’interno dei Proemi sia nelle Vite di alcuni autori.

Proemio:

[…] si riconosce nondimeno da chi intende la differenza della maniere di tutti i paesi, come per esempio, la Egizzia è sottile, e lunga nelle figure, la greca è artifiziosa, e di molto studio negl’ignudi, e le teste hanno quasi un’aria medesima. E l’antichissima Toscana difficile ne’ capelli,e alquanto rozza. De’ Romani (chiamo Romani, per la maggior parte quelli, che poi, che fu soggiogata la Grecia, si condussero a Roma, dove ciò che era di buono, e di bello nel mondo fu portato) questo dico è tanto bella per l’arie, per l’attitudini, pe’ moti, per gl’ignudi, e per i panni, che si può dire, ch’egli abbiano cavato il bello di tutte l’altre province, e raccoltolo in una sola maniera, perché lo sia, come l’è la migliore, anzi la più divina di tutte l’altre.

Nel Proemio delle Vite prova a confutare l’orgine caldea o egizia delle arti e di sostenerne l’origine etrusca. Questo è sempre stato visto come una sorte di scivolamento campanilistico e letto in chiave sarcastica dai moderni. In realtà Vasari si muoveva in un periodo in cui le Accademie e gli studiosi sosteneva le stesse teorie, le quali rientravano tra l’altro in maniera perfetta entro il disegno politico mediceo. Le teorie etruscologiche si basavano sugli scritti falsi di Annio da Viterbo, dal quale derivano le teorie di Pier Francesco Giambullari sull’origine della lingua fiorentina (Noè=Giano venuto in Toscana era stato il padre di quella lingua che attraverso l’etrusco sarebbe divenuta volgare fiorentino). Le tesi del Giambullari scritte ne Il Gello, sull’origine della lingua fiorentina, 1546, ebbero molto successo. Anche Leonardo Bruni aveva opposto il sistema politico etrusco a quello oppressivo romano. L’Alberti aveva celebrato moltissimo l’arte etrusca, divulgato da Cosimo Bartoli, vicino anche al Vasari. Infatti Vasari citerà Alberti.

Nel Vasari c’è sicuramente una dose di campanilismo e di ammirazione per i bronzi e i reperti etruschi, ma le sue tesi seguono la corrente, anzi avevano un fondamento scientifico nelle teorie delle Accademie.

Nel proemio Vasari ricorda anche la scoperta della chimera durante gli scavi per le fortificazioni alla periferia della città presso Porta S. Lorentino   nel 1554 anche se in realtà avvenne il 15 novembre del 1553, che venne subito trasportata a Firenze nella sala di Leone X a Palazzo Vecchio. Il bronzo è ricordato anche da Benvenuto Cellini (ne La Vita, II, LXXXVII).

La statua bronzea faceva probabilmente parte di un gruppo con Bellorofonte su Pagaso che la colpiva dall’alto, sebbene non si possa escludere che si trattasse solo di un ex-voto singolo. Già il Vasari nota la “maniera etrusca” supportata non solo dallo stile eclettico (tra arcaismo e naturalismo) ma anche dalla scritta eseguita insieme alla fusione: tinscvil cioè dono votivo a l dio Tinia. La scrittura appartiene all’area nord-etrusca cosa che avvalora la tesi di una fucina in area aretina. La datazione più accreditata è dei primi decenni del IV secolo aC.

Nel 1718 la Chimera verrà spostata agli Uffizi come oggetto ormai musealizzato. A fine ‘800 fu trasportata insieme a molto altro materiale archeologico nel Palazzo della Crocetta, sede del museo archeologico.

Vasari parla della Chimera anche all’interno dei Ragionamenti:

“ […] questa anticaglia di bronzo, che, secondo intendo da questi letterati è cosa molto rara. Ditemi,  Giorgio, avete voi certezza che ella sia la ‘ chimera di Bellerofonte , come costoro dicono?

G.Signor sì, perchè ce a’ è il riscontro delle medaglie, che ha il duca mio signore, ; che vennono da Roma con la testa di capra appiccala in sul collo di questo leone, il quale, come vede Vostra Eccellenza, ha anche il ventre di serpente; ed abbiamo ritrovato la coda , che era rolla , fra que’ frogmenti di bronzo con tante figurine di metallo, che Vostra Eccellenza ha vedute tutte, e le ferite, che ella ha addosso, lo dimostrano, ed ancora il dolore, che si conosce nella prontezza della testa di questo animale, ed a me pare che questo maestro l’abbia bene spresso.

P.   Credete voi che sia maniera etrusca, come si dice?

G.Certissimo, e questo non lo dico perchè sia ritrovata in Arezzo mia patria, o per dargli lode maggiore, ma per il vero, e perchè sono stato sempre di questa fantasia, che l’ arte della scultura cominciasse in que’tempi a fiorire in Toscana, e mi pare che lo dimostri, perchè i capelli, che sono la più diffidi cosa che faccia la scultura, sono ne’ Greci espressi meglio, ancor che i Latini gli facessono poi perfettamente a Roma ; ed in questo animale, che è pur grande, e nelli suoi, che egli ha accanto al collo, sono più goffi che non gli facevano i Greci, come quelli che, avendo cominciato poco innanzi l’arte, non avevano ancora trovalo il vero modo; e lo dimostra in quelle lettere etrusche, che ha nella zampa ritta, che non si sa quello si voglion dire, e mi pare bene metterla qui, non per fare questo favore agli Aretini, ma perchè sì come Bellerofonte domò quella montagna piena di serpenti, ed ammazzò i leoni, che fa il composto di questa chimera, così Leon X, con la sua liberalità e virtù, vinse tutti gli uomini; la quale, mancando lui, ha voluto il fato che si sia trovata nel tempo del duca Cosimo, il quale è oggi domatore di tutte le chimere; e perchè già siamo alla fine delle storie di papa Leone, quando vi piaccia, potremo avviarci in questa stanza che segue’, dove son parte de’fatti di papa Clemente VII suo cugino.

(Ragionamenti, Ragionamento III)

Le Vite:

  • Di Brunelleschi scrive: “Vide el modo di murare degli antichi e le loro simmetrie […] E vide le rovine dov’erano state volte di diverse ragioni; e pensò e modi delle centine e delle altre armature, e così dove si potesse fare senza di esse […] Partitosi da Fiorenza, a Roma si trasferì, per cercar d’imitare le cose degli antichi più che poté.” “Solo l’intento suo era l’architettura, che era già spenta; dico gli ordini antichi buoni, e non tedesca o barbara, la quale molto si usava nel suo tempo”

    “[…] essendo una mattina in sulla piazza di Santa Maria del Fiore con Donato ed altri artefici, si ragionava delle antichità nelle cose della scultura; e raccontando Donato che quando e’ tornava da Roma, aveva fatto la strada da Orvieto per vedere quella facciata del Duomo di marmo tanto celebrata lavorata di mano di diversi maestri, tenuta cosa notabile in quei tempi; e che nel passar poi da Cortona, entrò in Pieve e vide un pilo antico bellissimo, dove era una storia di marmo, cosa allora rara, non essendosi dissotterrata quella abbondanza che si è fatta nei tempi nostri e così seguendo Donato il modo che aveva usato quel maestro a condurre quell’opera, e la fine che vi era dentro, insieme con la perfezione e bontà di magisterio; accesi Filippo di un’ardente volontà di vederlo, che così come egli era in mantello ed in cappuccio ed in zoccoli, senza dir dove andasse, si partì da loro a piedi, e si lasciò portare a Cortona dalla volontà e amore che portava all’arte; e veduto e piaciutogli il pilo, lo ritrasse con la penna in disegno, e con quello tornò a Firenze senza che Donato o altra persona si accorgesse che fusse partito, pensando che e’ dovesse disegnare o fantasticare qualcosa.”

    Sarcofago II d.C., Battaglia fra Dioniso e le Amazzoni (?), Museo Diocesano, Cortona (AR)

  • Di Donatello scrive: “Ed ebbono l’opere sue tanta grazia, disegno e bontà ch’esse furono tenute più simili all’eccellenti opere degli antichi Greci e Romani, che quelle di chiunque altro fusse giammai”

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